" UN UOMO SENZA TEMPO"

 

Dedicato all' amico dott. Rocco de Vitis, medico e umanista a dieci anni dalla sua morte avvenuta il 2 ottobre 1997.

Don Rocco De Vitis non può essere collocato in una precisa epoca storica perchè dal punto di vista culturale è un intellettuale di orientamento umanista in contrasto con l'umanesimo medievale tipicamente cristiano impregnato di dogmi. Potremmo invece paragonarlo al genere di all'intellettuali di umanesimo rinascimentale, per il suo essere individuo laico, al di sopra e non al di fuori delle parti. Ma don Rocco non è di quell'epoca, apparterrebbe allora a questa nostra , così povera di ideali e che ripudia o sottovaluta gli intellettuali come lui, nonostante ce ne sia tanto bisogno. Noi, che quest'epoca così anonima, abbiamo fortemente caratterizzato, possiamo solo essere testimoni della sua "solitaria" esistenza e oggi, a distanza di dieci anni, anche della sua attualità. Don Rocco de Vitis rimane perciò, svincolato da ogni collocazione storica, anche da questa nostra , perché la sua figura umana è universale, libera e senza tempo.

Quando rientrai dalla Svizzera, con l'intento di restare in paese, alla metà degli anni'70, lui venne a trovarmi a casa. Lo fece perché apprezzava molto le mie attitudini artistiche: ci conoscemmo così. Più avanti mi parlò della traduzione dell'Eneide che stava completando e mi chiese di realizzare un disegno per la copertina di quel libro. Più avanti ancora, mi parlò della chiesetta sulla collina e mi propose di fare un grande quadro murale sul tema della "Sacra Famiglia"e, feci una rappresentazione molto originale, un quadro "scomodo", ma con lui non c'erano vincoli, né ostacoli: lui decideva liberamente, io ero libero di fare. 

Il boicottaggio venne dopo, fu di natura politica e anche parrocchiale, ci ferì entrambi ma lui non si scompose, ci consolava il fatto che il tutto era da considerarsi come "banale cattiveria paesana" , quasi sempre segnale di discrimine professionale per chi la riceve, ma non ce ne curammo più di tanto, anche se io ero quello più esposto. Oltretutto militavo nel versante politico contrario al suo e paradossalmente i miei problemi vennero proprio da lì, frutto di una riduttiva e squallida visione politica. 

Come me don Rocco era un idealista ma successe che agli inizi degli anni '80, gli ideali crollarono. Lui così idealmente legato a personaggi come Alcide De Gasperi e il sen. Arcangelo Magli, sindaco di Supersano si era illuso di poter contare sulle giovani leve, scoprire magari lui stesso nuovi e giovani personaggi, così come avrebbe fatto nel campo dell'arte, ma si sbagliava, non era più l'epoca del Rinascimento e nemmeno gli anni '50. Come non si può fare arte senza ispirazione, non si può essere politici senza ideali e in quegli anni, le nuove generazioni, preferivano volare basso per non cadere: esse miravano all'assessorato, a una comoda e tranquilla occupazione, come quella di ufficiale sanitario per esempio, magari anche alla poltrona di sindaco, oppure, come hanno fatto altri, scappare via, da un paese senza prospettive e senza più memoria.

Don Rocco non si è mai scoraggiato. Era una persona tenace e religiosa, aveva per le piccole cose, lo stesso rispetto che aveva per le grandi, e sembrava che lui ne fosse il centro. L'uomo vive nelle cose che lo circondano e per lui ogni cosa aveva una sua utilità e una sua funzione, anche un ramo secco. Sì, perchè anche un ramo secco può diventare importante se raccolto e sollevato da terra.

Don Rocco rispettava ogni confessione religiosa ed era tollerante con ogni razza di Dio: la sua casa in stile moresco è fregiata di simboli religiosi arabo-islamici come una moschea di Maometto. Se entri nel suo studio, trovi Budda dipinto in alto, sulla parete di fronte alla porta d'ingresso, sorridente e benevolo ad accoglierti e se gli passi vicino, puoi ricevere anche la sua benedizione. Da buon cristiano don Rocco de Vitis, pregava invece Cristo e Dio Padre onnipotente, come può farlo solo una persona profondamente religiosa e rispettosa di tutte le religioni altrui, convinto com'era che, se l'uomo può essere universale, Dio lo è a maggior ragione

Non lo più visto, da quando per motivi di lavoro, mi trovo con la mia famiglia a Parma. Qui sono stato talmente occupato che inevitabilmente ho perso molti contatti, anche il suo. Della sua morte ne sono venuto a conoscenza tre anni dopo: io che ero suo amico e amico della sua famiglia, come avrei potuto scusarmi con i famigliari? 

Mi sono comportato come se don Rocco fosse ancora vivo, anche perché nella loro memoria così come nella mia, don Rocco non è mai morto. Credo che questa sia stata la cosa più giusta che avrei potuto fare, perché la morte è solo un fatto naturale, la vita continua con le nostre convinzioni, le nostre idee, la nostra creatività e con tutto ciò che ognuno di noi riesce a fare in vita e trasmettere poi agli altri: la morte in quanto tale non esiste!

Le opere del dott. Rocco de Vitis; i suoi scritti, le sue poesie, le sue traduzioni dai classici, come pure la costruzione della chiesetta sulla collina che "ospita" originali opere d'arte, quelle mie e del prof. A. Elia, che come tutte le opere d'arte, hanno il compito di consegnare un messaggio di speranza e di orientamento alla specie umana, sono pietre miliari di una strada che serve per un percorso comune. 

Ma le pietre miliari non danno nessun'orientamento se vengono lasciate sepolte dalle erbacce, dall'incuria e dalla nostra indifferenza. Infatti, oggi, a dieci anni dalla sua morte, tutto è in uno stato di abbandono e rischia di essere cancellato dal tempo e dalla memoria. Don Rocco era una persona in continuo movimento e quelle opere avevano il compito di testimoniarlo e trasmetterlo. 

L'abbandono di tutto ciò è contrario alla sua natura e a quella più in generale, che muore se non ha un movimento proprio, che sia frutto, della nostra creatività o del "movimento cosmico" dell'universo complessivo. Supersano, si sa, è un paese che ha bisogno di entrare in questo meccanismo naturale e per farlo deve lasciarsi alle spalle quel clima di veleni che lo hanno immobilizzato, per tanti anni. 

Solo così, ogni suo abitante, inizierà a camminare, dopo aver fatto quel salto importante, necessario a superare il fosso, stavolta più grande, del piccolo canale fluviale che da secoli separa, la nostra porta di casa, dalla strada.

EZIO SANAPO

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