Nessuno Muore se può vivere nella mente e nel cuore dei suoi

(scritto dalla figlia Maria Rosaria dopo la morte )

"Non omnis moriar...e me spento vivrà..." (Orazio,Byron)

 

Eravamo troppo simili per poter andare sempre d'accordo. 

Se ci incontravamo nei giorni sbagliati potevamo fare scintille. A giorni mi sembrava l'uomo più buono ed intelligente del mondo, altri invece il più cattivo ed ottuso. 

Ma sempre, anche nei momenti di rabbia, dovevo ammettere di avere un papà eccezionale, un tipo d'uomo di cui, si spera, il nostro mondo massificato non abbia perduto lo stampo.

Si capiscono tante cose dinanzi al mistero della morte, soprattutto quanto sia stupida la vita.

Stupida perché ci si aggrappa alle inezie e si buttano via le cose importanti, stupida perché si bruciano i sentimenti in ore sbagliate, perché si spreca il tempo in cose inutili. Ma soprattutto stupida, perché si evita di pensare alla grande realtà della morte. E così, ogni volta che ti afferra una persona cara, ci si ferma sbigottiti e sgomenti: com'é possibile che non ci sei più... la tua giacca, i tuoi libri, tutte le tue cose sono rimasti qui... E tu dove sei? Perché non possiamo più comunicare? Ti accorgi allora di quante volte avresti potuto nel tempo e non l'hai fatto o fatto in modo sbagliato. Sentimenti comuni vicino ad una bara. Chissà perché uno deve soffrire o morire per essere davvero compreso.

Chi fosse don Rocco, il mio papà, mi ha aiutato a capirlo la gente di Supersano, tanta gente che é venuta a salutarlo con il groppo alla gola, ognuno con dentro una storia, un suo vissuto importante in cui don Rocco era stato presente e risolutivo. Sì, perché lui, con il suo caratteraccio, aveva questa dote: la capacità di stabilire un contatto, di lasciare qualcosa di suo a quanti solo lo avvicinavano, era in sintonia con le sofferenze e le gioie e trattava tutti, dal più piccolo al più grande, come ognuno si aspetta di essere trattato.

Di ogni creatura si dovrebbe sfrondare il superfluo per riuscire ad entrare in contatto con la sua vera essenza. Era la dote più straordinaria di don Rocco: riusciva a filtrarti con un'occhiata, non so se per la sua intelligenza o il suo cuore, fatto sta che sembrava, specie in questi ultimi anni, di essere entrato nell'arcano circuito dell'amore universale. Se aveva a che fare con la vigna era perché l'amava e, curvo, malgrado la schiena dolorante, doveva liberarla dalle erbacce che l'avrebbero fatta soffrire .E poi ti portava,come un miracolo,i grappoli colti ancora acerbi, per paura di perderli e dovevi mangiarteli e dire che erano buoni, perché i suoi. Amava quel piccolo striminzito pesco laggiù, che riusciva a strappare a questa terra sitibonda l'umore necessario a produrre due o al massimo tre pesche all'anno. Ma belle ed odorose; la pesca più succosa del mondo, portata in palmo di mano all'amata figlia tornata da lontano. E tu magari la mangiavi con frettolosa indifferenza, come una qualsiasi pesca comprata al supermercato e poi ti scocciavi alle raccomandazioni di buttare un pò d'acqua a questa o a quella pianta che da giorni l'aspettava soffrendo sotto la calura. Attenzioni inutili per chi non capisce che anche un solo frutto é un miracolo della vita. Amava gli animali, specie quelli che "gli scodinzolavano più dei figli", avendo per loro attenzioni e tenerezze insospettabili in un uomo dalla scorza dura come la sua. Amava le persone, anche se molte volte lo facevano "incazzare". E sì, perché dagli uomini, specie dai più vicini, si aspettava il massimo, anche se poi si accontentava del minimo, ma te lo doveva dire con grande franchezza, urlandoti in faccia la sua rabbia e la sua delusione. Eppure anche in quei momenti di furibondo temporale, avvertivi che, ferendoti, si feriva e perciò veniva a cercarti, massimo un'ora dopo, per non dover subire la dolorosa frattura: non sapeva cosa fosse ipocrisia e finzione, quel sottofondo di viscidume che finisce con l'impantanare i rapporti nel limo delle convenzioni.

Se in piena notte veniva a chiamarlo un ipersensibile e dalla descrizione della malattia capiva che era "una cazzata" per cui non meritava neppure mettere il naso fuori dalla porta, ci andava lo stesso, magari urlando ed in pigiama. E se poi quello non si calmava poteva anche arrivargli uno "scaffune", perché quel fesso se lo meritava. Ormai la gente l'aveva capito che se don Rocco urlava che "non stessero a rompergli le scatole", voleva dire che non c'era da preoccuparsi, specie se la mattina dopo arrivava sorridente e con un sacchettino di dolcetti, tanto per ristabilire il rapporto compromesso nella nottata. Ma se invece don Rocco appariva preoccupato, allora erano guai seri: la diagnosi era scritta nei suoi occhi addolorati. Ed era una diagnosi che non sbagliava mai: l'ultima, la definitiva, l'ha formulata per se stesso.

É un pezzo di storia di Supersano che con lui se ne va, così é stato detto ed é vero. Ma io preferisco portarmi dentro altre storie di lui, stranamente quelle che fino a ieri consideravo le sue fissazioni. C'erano alcune cose, difatti, che lo facevano andare del tutto fuori asse, tre in particolare: consumare acqua "a fessi", dimenticare una luce accesa e non piegarsi a raccogliere, per le galline, la braciola caduta inavvertitamente per terra. E sì, perché anche in quella briciola sprecata, c'é dietro tutto un mondo di fatica e di sudore! Ce n'é voluto, papà, prima di capirti! Solo guardandoti per sempre muto abbiamo raggiunto la completa sintonia. Raccoglierò ogni briciola, te lo prometto, perché anche la più piccola essenza ha bisogno di essere amata e valorizzata.

Nessuno muore se può vivere nella mente e nel cuore dei suoi, così i tuoi amati ed imitati poeti. Cosi nel cuore di noi tutti, specie dei nipotini che hai coccolato come mai i figli, per quanto di te sentiamo vivere nelle ossa. Anche se non ho potuto o forse non ho voluto darti l'ultimo saluto, da vivo, perché da vigliacca non ho trovato il coraggio di tornare a vedere come il male ti aveva ridotto e spolpato. Una spina che mi resterà dentro per sempre.

                  Ma se tu fossi qui, mi diresti: "Percé chianci? 'Sta fessa...".  

                                                                                                   tua Maria Rosaria

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